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UNA NUOVA AVVENTURA PDF Stampa E-mail

lilla_sturniolo2.jpg(di Lilla Sturniolo)

Stamattina un dolce sole sorride. Siamo al 29 di giugno e si parte per vedere altri luoghi che non ho mai visitato. Mentre attendo i miei compagni che, gentili come sempre, passeranno a prendermi, penso che anche qui sia il bello di un'escursione: questo senso di attesa, di quello che vivremo immersi nella bellezza della natura, un mistero che si rinnova.

Arrivano e partiamo in direzione di Mammola, dove ci riuniremo al resto della comitiva. Nel paese c'è un'area giochi per bambini e, dato che l'hanno fatta apposta per noi, è difficile resistere. C'è chi zompetta tutto contento sul ponte mobile dell'immancabile casetta di legno, chi va sullo scivolo o l'altalena; naturalmente saremo immortalati a futura memoria da una serie di foto che impietosamente finiranno sul sito tipo Blob del Gruppo. C'è infatti il Capo dei capi che è armato di fotocamera e per tutta l'escursione farà a ciascuno di noi un servizio fotografico degno di una cerimonia di nozze; sorride anche lui davanti ai nostri volti ed al nostro spirito bambino che si diverte. Intanto gli altri arrivano e per una strada accidentata arriviamo al pilone n. 24 della Limina, sul letto sassoso ed asciutto del Torbido, dove lasciamo le macchine. Qui avviene anche il cambio fatidico delle scarpe.Guardo laconicamente le mie scarpette da ginnastica, anche stavolta niente scarponcini, non c'era il numero. Non spero nella promozione, ma almeno in una sufficienza stentata. Niente da fare: insufficiente, accidenti; parto lo stesso, confidando nell'aiuto misterioso del santo degli escursionisti maldestri. Se ce n'è uno, dev'essere il mio patrono. Il caldo sta diventando opprimente ed il biancore dei sassi acceca. Presto passiamo dalla sterpaglia brulla e secca di rovi ad un bosco di lecci e di altra macchia mediterranea. La salita continua e sono così esperta da essere il fanalino di coda della compagnia. Il Capo mi ha prestato il bastone per non scivolare, ma l'erta in alcuni tratti è ripidissima. Sudiamo, siamo impolverati e ci stiamo stancando parecchio, ma allora perchè sorridiamo sotto la sferza  del caldo e ci scambiamo scherzi e parolette allegre? Saremo tutti matti? Se si potesse sentire il ritmo pulsante del nostro cuore, la gronda continua del sudore che ci appesantisce gli abiti, nessuno darebbe una lira (o un euro) a favore della nostra sanità mentale.Due degli uomini si denudano dalla cintola in su: parte immancabile una serie di battute feroci all'indirizzo dei due “machos” che continuano indisturbati a camminare. Siamo tutti molto stanchi e si decide una breve sosta. Gli zaini vengono abbandonati, c'è chi si sdraia in vero stile british con gambetta accavallata e chi si butta distrutto per terra. Poco prima  abbiamo fato un incontro: è un uomo menomato, col quale uno dei capi scambia qualche parola sul sentiero. Ci parla con semplicità del suo incidente, i suoi occhi esprimono un dolore immane, ma possiede quella dignitosa fierezza tipica dei veri calabresi. Il suo viso sembra scolpito a colpi di accetta, la stessa che ha lì buttata in un angolo. Lo salutiamo ringraziandolo e proseguiamo. L'infernale salita sembra non finire, ma un barlume di azzurro comincia a svettare fra gli alberi: stiamo per rivedere il cielo,la cima non è lontanissima, mi spiegano. La marcia è pesante, ma la forza dei miei compagni mi dà  forza. E' il gruppo a spuntarla sulle difficoltà della montagna e sinceramente credo che sia questa l'avventura più straordinaria, la più bella: questa fraternità accogliente dove nessuno è solo, dove non ci si dimentica del più debole o del più imbranato (io). Il sentiero è così impervio che uno di noi deve fermarsi: in realtà lo portiamo con noi durante tutto il percorso, ed il nostro pensiero, il cellulare (che purtroppo non prende) vanno sempre a lui. E' bello sapere che ci sono persone così. E, in fondo, se il cielo di notte è bello è proprio perchè non c'è una sola stella che brilla, ma tante, tutte uniche ed irripetibili a loro modo, come lo è ognuna delle persone con cui sto camminando adesso.La cima! Sotto di noi corre la Limina con le auto che vanno e vengono dalla seconda galleria; di fronte a noi, sovrastante una faglia franata, c'è il monastero di San Nicodemo. Alcuni di noi  sostano per una foto: dietro di loro, l 'abisso di un'altezza di circa seicento metri. Sono sospesi sulle rocce a strapiombo come inconsapevoli divinità senza ali. Il cuore batte forte, ovunque io guardi, ci sono vette e picchi di montagne, il cielo azzurrissimo ed il vuoto, un panorama da capogiro. Soffro di vertigini, ma m'impongo di resistere  ed il battito cardiaco accelera : è tutto così bello! Gli automobilisti che corrono su quella strada che scivola sotto di noi, sapranno mai di questa felicità? Di questa libertà d'immenso e di luce? Chi è il vero matto adesso?I capi decidono una sosta presso un rifugio forestale che raggiungiamo con grandissima fatica; stiamo salendo ancora e tra poco il monastero rimarrà più basso rispetto a noi. Finalmente si arriva. Ci troviamo  davanti ad un piccolo pergolato fresco, il vento ci ristora, un filo d'acqua rinfresca la pelle cotta dal sole. I sedili sono tronchi d'albero e c'è un gran tavolaccio, ma noi vi prendiamo posto simili a guerrieri stanchi e meritevoli di riposo e questa è la splendida sala del nostro Walhalla, aperta su gole e valli che si perdono in un bianco orizzonte di nubi.Abbiamo traversato da oriente ad occidente l'Appennino calabrese e ora ci recheremo al castello medievale di San Giorgio Morgeto.Vi arriviamo per un sentiero seminascosto di pietre squadrate, perse nel folto, ed una fonte ci disseta. Reca una statuetta di Maria SS.ma di Polsi, la potente Madonna della Montagna, che è un po' nel cuore di tutti i calabresi di questo versante. Alcuni di noi fanno dei versi strani al contatto dell'acqua fredda, un altro si era appeso al codino di capelli delle piume raccolte per caso, cosa non fa il caldo.Stiamo scendendo. Ecco le mura possenti del rudere. San Giorgio Morgeto è davvero bello, come mi avevano detto. Se ne sta abbracciato alla sua montagna come un bimbo a sua madre. La visuale dall'alto delle mura diroccate apre ancora verso le valli intorno. Ma il paese, il paese e la gente sono incredibili. Li salutiamo scendendo lungo i gradini che cingono tutto l'abitato e ci rispondono con un sorriso disarmante a cui è unita quella cortesia della buona gente di un tempo che qui pare immobile. Entro nella Chiesa Madre ed un gruppo ligneo affiora dalla semioscurità: il Cristo è di una bellezza grande e quieta, molto virile. C'è la piccola piazza, ci sono i suoi anziani, la fontanina che zampilla. C'è anche il bar, con birra e patatine: sparisco dietro un gelato di 80 kg che mi viene gentilmente offerto ed intanto vedo i miei compagni sorridere e chiaccherare. Mi fa bene vederli così. Beh, forse ancora non lo sanno, ma la cosa più bella stavolta sono stati proprio loro. Sanno orientarsi, conoscono i nomi delle piante e degli uccelli, leggono le cartine con una disinvoltura che io non avrò mai: sono i figli generosi di una terra difficile, indimenticabile e forte come le sue montagne.
 

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