[Testata in Flash]
Tu sei in:  Home arrow Appunti di viaggio arrow L'ACQUA E LA PIETRA
L'ACQUA E LA PIETRA PDF Stampa E-mail

lilla_sturniolo3.jpg(di Lilla Sturniolo)

13 Luglio: si parte di nuovo. Sono un po' assonnata e l'afa estiva non fa che dare la sua mano santa a questo lieve senso di torpore che sento. Devo sbrigarmi, è tardi e i miei compagni stanno per arrivare a prendermi. Eccoli, sono già davanti al mio portone. Saluti veloci e veloce partenza.

 Con sgomento, pian piano mi ricordo di tutto quello che mi sono dimenticata di portare... Pazienza.

Oggi partiamo da Ragonà. Attendiamo di esserci tutti e da lì inizia il cammino.

Sarà il caldo, ma la nebbia dei pensieri rifluisce verso il paesaggio a poco a poco e così, quasi senza sapere come, mi ritrovo con gli altri. Vie, strade, voci dei compagni che commentano mentre si sale; mi accorgo che il sentiero mostra subito la natura del terreno. A volte è franoso, ingannevole, vuole tutta la tua attenzione. Così il cervello, le braccia, le mani ed i piedi, tutto è assorbito da ciò che hai intorno.

A volte è arido e secco senza rimedio, crocifisso nella sua desolazione. Intanto l'afa va crescendo ed il respiro è più pesante. Nei boschi che stiamo attraversando le foglie sono immerse in una stasi completa, surreale: giacciono sotto il caldo senza muoversi e noi, sotto di loro, grondiamo.

Siamo un gruppo eterogeneo come il terreno che ora pare aprirsi qualche varco tra i rovi e la macchia, ora si richiude in anfratti in cui il fragore dell'acqua scorre vicino a noi. E' l'onda dell'Allaro, fiume rupestre che ci accompagna con la sua schiva armonia. Ci appare all'improvviso, da un groviglio di rami, dopo che abbiamo udito e seguito da un po' il suo pacato gorgogliare. E' fragoroso solo nelle piccole cascate delle briglie che ne raccolgono l'alveo inquieto, spezzato da confluenze e sassi.

Un gran manto verde copre le falde dei monti, ma noi siamo confitti dentro una delle sue fiumare, in una gola accecante di sole, incoronata di cime e rivestita di arbusti dorati. Dopo e più del cibo, l'acqua è il solito primordiale richiamo e c'è chi non resiste: un bagno, i piedi nella fresca corrente, siamo tutti un po' impacciati e divertiti, quando una strana arcaica immagine ci distrae. Uno dei nostri, per scongiurare il caldo, si è coperto il capo con la camicia; sembra Lawrence d'Arabia e mi pare opportuno canticchiare la colonna sonora del film tra me e me. Come basta poco a volte, solo un po' d'acqua, per sentirsi più sereni e liberi...

Ma quei monti mi portano altrove e ripenso con intensità al paesaggio. Borboni, bizantini, briganti e bruzi: popoli e stirpi che hanno animato le leggende, le paure, il tempo di questa terra indecifrabile, nascosta come i suoi abitativi. Ci sono case mimetizzate nel verde simili ad occhi che spiano misteriosi, senza essere scorti, dal fitto intrico dei rami; case a perpendicolo quasi sugli strapiombi, a ridosso di sentieri impervi, impossibili da praticare; orti sorprendentemente ben tenuti in lande semiselvagge; armacìe, prodezza di elementi e sfida, ovvero come averla vinta su un suolo ostinato, che non ti rende mai facile il lavoro e la vita. E poi la caparbietà umana, più forte della natura, che vince sull'acqua e la pietra e le piega, le ordina, le pone a difesa e a rifugio, a modesta ricchezza e bene di famiglia.

E' questo quello di cui mi accorgo viaggiando a piedi per questi monti tra Ragonà e Fabrizia.

Non c'è spazio, non c'è angolo, né macchia che non racconti e dica più della storia dei libri di cosa sia fatta, qui, la vita umana. Tutto qui è acqua e pietra: dolcezza e brutalità, brutalità e dolcezza.

E non sai se sia più brutale l'acqua o la pietra. Il mistero continua nel colore: acqua dolce e terrosa, pietre color della terra, a scaglie aguzze, a frontoni taglienti, scivolosi e friabili come acqua e ancora massi di granito imponenti guardiani del tuo andare, venati d'argento. L'acqua scivola sotto i piccoli ponti sconnessi e la pietra li regge. L'acqua è fredda ed è tiepida, e ti dà i brividi e ti sazia. La pietra è la madre che sostiene terra ed acqua, è il cuore di tutto ciò che ammiri intorno a te: le morbide chiome degli alberi, le piccole rane nell'acqua del torrente fra i ciottoli, l'erba molle intrisa di fango sulle sponde sassose, i rifugi di legno timidamente accostati alle pareti di roccia.

Non sai se sia più indomabile l'acqua che leviga dolcemente la pietra o questa che le resiste e cambia, ma rimane.

Che sconvolgente natura. Appena stai per definirla inospitale e selvatica, ti apre le braccia con limpide acque dai riflessi verdi, simili all'Eden; quando invece ammiri l'umile sapienza contadina del campicello decoroso e pulito, poco più in là scopri l'incuria e l'abbandono, o la furia umana insensata che dilapida e distrugge tanta bellezza. E capisci perché le  antiche statue dei santi nelle chiese di questi paesi hanno quel volto enigmatico che non ride e non piange e pare quasi trattenere un sospiro.

All'ultima salita che conduce a Fabrizia, appaiono dei pastori; alcuni di loro, sebbene giovani, hanno già quell'aria impenetrabile ed attenta tipica della gente di montagna. Con rozze corde di juta conducono le capre selvatiche che hanno appena catturate ed uno di loro si reca sulla spalla il piccolo del gregge improvvisato.

In che epoca siamo? Forse ci piacerebbe risentire le voci dei vecchi che narrano le loro vecchie storie mentre il cane Rambo si è accucciato ai loro piedi.

Forse anche la tv qui è più silenziosa, grida meno di questo cielo d'acciaio infinito che ti annienta con la sua immensità. Cloto, Lachesi e Atropo sono alle porte del paese coi loro volti ingenui e chiusi, ma più avanti c'è la contadina che ci sorride e ci offre il suo vino: senti che l'acqua e la pietra sono il sangue di questa gente, troppo fiera e nobile per essere scioccamente, frettolosamente giudicata.

E sempre più la Calabria si rivela un universo denso di verità dimenticate, piene di una nostalgia carica dei ricordi di un tempo andato. Questa terra appare come una fanciulla ferita, che si è addormentata tra i suoi boschi e le sue acque.

Ti ha sussurrato un incantesimo che non comprenderai mai fino in fondo e che ti irretisce l'anima. In quell'istante infinito ti conduce con sé, nelle dimore segrete dei suoi regni. E tu sei lì, preso, ostaggio anche dei suoi arcani silenzi.

 

Newsletter