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NELLE PAROLE DEL VENTO PDF Stampa E-mail

lilla_sturniolo4.jpgdi Lilla Sturniolo

27-07-2008: ultima escursione d’estate. Mi sembra che il tempo sia volato, sospeso ed infinito, eppure velocissimo, da quella mattina dell’11 Maggio in cui mi ero recata per la prima volta ad un’escursione. Non sapevo ancora, non immaginavo ci fosse tanto da scoprire camminando nella natura.

E’ un continuo perdersi per ritrovare sé stessi. Quando Hermann Hesse parlava del “wanderer”, il viaggiatore che osserva i luoghi del suo peregrinare e prosegue, forse avrà provato anche lui questo senso di estremo smarrimento e di scoperta, di irrefrenabile libertà e di fraternità, incondizionabile,  le ali  dello spirito librate verso l’immensità.Ancora non so come sarà altrove, ma l’Aspromonte mi ha dato tanto, più di quanto avessi potuto chiedere. E ripenso con nostalgia a tutte le altre partenze, con i tempi e le cose osservate, i momenti percepiti attraverso il fluire della bellezza dei luoghi, i panorami, i volti, tutti i volti incontrati.Questo monte esige rispetto e carattere. Ti costringe lungo sentieri inesplicabili, difficili fino alla temerarietà. Non è passeggiare placidamente per i boschi, andare in Aspromonte; pare voglia sfidarti, aspro come il suo nome, chiuso nel suo fitto verde, intricato ed oscuro, ombreggiato ed appena filtrato di sole. Ti dà i brividi tanto è selvaggio, tanto ti eleva l’anima, senza concedersi se non per qualche attimo. Poi ti regala la sua limpida acqua, il suo vento fresco, le sue immense vallate. Ma rimane sfuggente, e senti che si porterà con sé il suo mistero, non te lo rivelerà mai completamente. L’Aspromonte appartiene solo a sé stesso. E’ un luogo di storie perdute in un passato che ignori ma di cui avverti tutto il peso e la forza. Devi mostrargli tutta la tua tenacia per comprendere qualcosa ed affrontarlo come impone, ma è una lotta impari. Ti sorprende sempre.    Oggi ci accoglie su uno dei suoi versanti più problematici, intorno e sopra Polsi. Siamo un drappello piuttosto sparuto e con noi ci sono due ospiti nuovi. Fa caldo, ma qui la temperatura è sopportabile. Dopo una serie quasi infinita di curve e di tornanti arriviamo al casello forestale di Cano. Prima, però, abbiamo fatto una piccola sosta in cui ci siamo cambiati le scarpe. Commetto la grave ingenuità di chiedere se devo calzare gli scarponcini; pare proprio di si. E’ la prima volta! Mi sento ridicolmente invincibile, un po’ Mercurio senza caduceo, un po’ stivali fatati delle Sette Leghe, e mi avvio con gli altri. A Cano alcuni sostano un momento al baretto del luogo per un panino veloce, ma la maggior parte di noi ha già la mente altrove e l’avventura è iniziata, dentro. Ci muoviamo diretti lungo una dorsale che svetta sulla Valle Infernale, dove Butramo e Potis s’innestano, mi spiegano pazientemente. Camminiamo inoltrandoci nella boscaglia. Valle Infernale: mio Dio, è vero. Mettere un piede in fallo adesso significherebbe scivolare sulla pietraia verso un pendio impenetrabile dove nessuno ti potrebbe più rintracciare. Mio Dio, però, che bello. Mentre procediamo spostandoci tra gli sterpi graffianti e bassi, in un piccolo anfratto sassoso e soleggiato, incontriamo il primo dei demoni infernali posti a guardia del periglioso passo: è un tronco d’albero secco, dai rami torti ed aggrovigliati, simili ad artigli, con un apice simile ad una testa mostruosa. Siamo all’ingresso di un tempio dove colonne colossali sorreggono il cielo, come nelle leggende indiane; siamo dinanzi ad alberi impressionanti. Quanto è grande la loro circonferenza? Tre, quattro metri, o ancora di più ? Li osserviamo pieni di ammirazione; qualcuno li abbraccia, c’è chi prova a scalarli se li incontriamo riversi come giganti crollati al suolo. Sono i custodi secolari del luogo; il biancore esterno della loro corteccia contrasta con la pece scura dell’enorme cavità aperta ai piedi del fusto. Stiamo salendo ancora, gli scivolamenti e le frane si susseguono e la sfida si fa sempre più serrata, come il gioco dei muscoli in bilico tra le pietre ed il vuoto sottostante. Ai nostri piedi, grilli dalle minuscole ali arancioni e nere sono un tocco caldo di colore in contrasto con l’argento delle leggere scaglie di mica, che rigiro come incantata tra le dita. Sembrano veli madreperlacei di conchiglie di tempi lontanissimi, tutta la zona in realtà richiama ere geologiche remote. Qui la natura si è costruita un suo nido inviolato, qui l’albero in silenzio ritorna terra e la vita ricomincerà daccapo.Tre monoliti imponenti stanno a valico di un’altura che ci fronteggia: Pietra Cappa, Pietra Lunga, Pietra Castello, e basta guardarli per capire il perché di quei nomi. Di fronte al loro immemorabile tempo, provo uno sgomento profondo: quanti occhi umani hanno incontrato quelle sculture di pietra? Intanto ho ricevuto un regalo: un bel frammento di mica, sfaldato ed argenteo, con una striatura d’arancio e d’oro che fa pensare ai tramonti. Che splendore. Le pietre qui hanno vene rosse, come di fuoco temprato; altre brillano in mille scaglie d’argento. Uno dei due ospiti si deve fermare ed il Capo con due di noi non prosegue per non lasciarlo solo; l’altra guida della spedizione decide impavido di continuare, avanzando con altri due di noi per un sentiero più difficile che li porterà a Farnìa, dove li riprenderemo. Siamo ad un’altezza di circa 1.400 metri, il cielo è terso come un grande specchio di cristallo. La musica che arriva dal verde è così intensa che all’improvviso devo cantare. Devo. E’ per il vento, per l’aria.Questo vento è una colonna sonora che dal bosco filtra dentro i pensieri, vagando tra le foglie ed i tronchi, tra le braccia esangui degli alberi estinti che affiorano dal verde delle montagne. E’ il vento che sussurra dei nuovi venuti, porta  la nuova alle nuvole ed il bosco mormora la sua canzone per noi. Il vento raccoglie questi nostri attimi di vita e ci restituisce la sua voce possente che emigra  dai rami più alti più su, verso l’azzurro, verso il cielo. Conduce leggero le nostre inquietudini, cullandoci nel  suono vasto e rassicurante delle sue parole come un’ampia marea che si agita simile al nostro cuore. E  in questa musica, ogni essere parla, intona la sua voce alle altre. Anch’io canto, ma piano, sottovoce.Durante il percorso, uno dei compagni mi chiede se ho sentito le parole che dice il vento. Terribile domanda. Non sono riuscita a dire nulla di buono, non potevo. Il vento diceva cose irripetibili, rivolte ad ognuno di noi, personali. Ma tutte le sue frasi erano giochi di luce, pensieri che si scioglievano, musica e bellezza.L’unica risposta possibile era riprendere umilmente quel canto ineffabile e, nelle sue parole, confondere anche le nostre, così povere, così limitate, e così umane…Ora è tempo di salutare e di andare via. La linea azzurra della lontananza sfuma l’orizzonte.A presto, rude Aspromonte, signore dell’aria e delle selve.

 

 

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