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Quell'immane cielo sopra San Luca PDF Stampa E-mail

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di Lilla Sturniolo

E' un lungo tragitto quello che percorriamo per giungere fino al paesino di S.Luca. Le auto si fermano poco più avanti, per il cambio delle scarpe, vicino ad una fresca fontanina con un'ingenua rappresentazione della Signora dell'Aspromonte, Maria SS.ma di Polsi.

E da quel punto oggi comincia l’escursione. Nonostante sia primavera inoltrata, il cielo è incupito e freddo; il vento non spira tiepido e c’è chi si è portato a corredo il provvido maglioncino di lana. Mi avvio con gli altri ed ho la gradita sorpresa d’incontrare gli occhi trasparenti di Suor Pasqualina che partecipa anche lei alla passeggiata di oggi. Siamo un gruppetto piuttosto eterogeneo: ci sono le guide, gli esperti della comitiva, e poi le piccole e grandi frane, alle quali credo di appartenere ormai per diritto acquisito. Una robusta salita ci attende e ci sono momenti di normale stanchezza. Come avviene di solito, giunti con tanta fatica fino in alto, la montagna ci restituisce generosa i suoi panorami.Ecco, appena sotto di noi, il nastro morbido, argenteo della fiumara di S.Venere, con le sue anse bordate di sassi albi. Sulla vetta, un mare di pratoline. Sono timidamente richiuse sulle loro piccole corolle bordate di rosso e c’è una mandria col vitellino che allatta. E’ un’immagine degna dei Macchiaioli e di sicuro Fattori l’avrebbe resa con la sua agreste, calda dolcezza.Chissà perché invece i miei occhi corrono agli scuri fondali di quinta degli abeti, col loro angolo d’ombra fitta, belli e severi nel loro intenso verde. Eppure, manca qualcosa. Sento che non è tutto lì; qualcosa d’indefinibile mi sta chiamando. So che risponderò a quella voce sconosciuta.Stiamo percorrendo un sentiero in mezzo alle radici dilavate di tronchi riversi a terra e di colpo mi appare, fra la lanugine inquieta della nebbia, il vero incontro di oggi. Io rimango lì, folgorata, a guardare, incapace di dire o fare qualcosa.Un’ombra, ben oltre quella di questo instabile cielo di oggi, costringe il mio sguardo indifeso a percorrere tutta la sua immensità: un gigantesco monolite, un primordiale fratello dal nome crudo ed infelice, Pietra Cappa. Più in là c’è la corte dei suoi pari, Pietra Lunga e Pietra Castello, eppure assai poco m’importa di loro. Il monolite, lui solo, è carico di un magnetismo assoluto. Ne contemplo l’altezza stagliata su e su nel cielo, perdendomi con lui nell’azzurra lontananza; ma più osservo, più l’immagine che ho dinanzi sembra inghiottirmi. Habere, non haberi: domina, senza lasciarsi dominare. Gli giro intorno, ma ad ogni angolazione sono più di tremila pagine di storia e chissà quante altre preistoriche, che mi scorrono davanti ad  una velocità impressionante.Nessun lato è simile all’altro. Di qua l’asperità della roccia è stata solo in superficie addolcita dalle piogge, dal vento, da un tempo immemorabile che lo ha scalfito senza abbatterlo. Così la sua pelle di pietra è liscia e lucente, con inaspettati guizzi di rosso. Poi mi sposto e Pietra Cappa cambia, diventa grotta e rifugio, forse riparo per uomini e bestie, con alveoli irregolari che bucherellano una parte del suo immane corpo. Vi ebbero dimora, mi dicono, i medievali monaci di S.Basilio.Ma la Pietra è eloquente, di gran lunga più inafferrabile e misteriosa di ciò che si sa di lei.L’idea che mi suggestiona è che possa risalire a qualche lontanissima èra geologica, quando la terra neppure conosceva una sola impronta umana. Sfiorandolo appena, è come se il gigante liberasse da sé una selva affollata di parole, di lingue sconosciute, di volti e figure, centinaia e centinaia di braccia e di occhi che nel tempo l’hanno circondato col medesimo, intatto stupore.Più avanti, i resti diroccati di un’antica chiesa basiliana e su di un versante poco lontano anche quelli di un greco palmento, dove il rigagnolo rosa dell’uva pigiata si raccoglieva, fra i canti delle fanciulle, in una conca di pietra levigata ad arte.Ma, per me, niente vale la Pietra.Vorrei mille volte tornare a lei e so che altre mille mi direbbe nel suo muto codice qualcosa di diverso, di grande, qualcosa che inevitabilmente cercherei di comprendere o anche solo d’intuire.Lascerei pure che l’acqua e la neve mi ricoprissero in un lampo, pur di risentire ancora le sue voci, alimentando il mio desiderio di capire invece di spegnerlo allontanandomi da lei. Lo faccio con una sofferenza senza nome. Vorrei sedermi alla sua ombra, studiarne con calma il profilo così sfuggente: troppo mi dice e troppo poco tempo ho per lei.Tutto è così veloce, ed io devo andare via.Ma una cosa rimane ferma in me, con la saldezza di un monoide privo di vuoto. Solo in Calabria, solo qui, la Pietra poteva emanare la sua essenza, sotto un cielo privo di allettamenti, difficile all’abbandono ed indomabile. Già, proprio come la sua gente.
 

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