L'ULTIMO TESTIMONE

sandro_casile2.jpgdi Sandro Casile

Arriviamo all’imbrunire lungo la ripida discesa che viene giù dai Piani di Crasto. I resti del vecchio mulino ad acqua si confondono ormai con la rigogliosa vegetazione e le lunghe ombre dei monoliti si distendono per la stretta valle che accoglie le acque della fiumara Novito e Pachina. Canolo sembra già addormentata. Il silenzio regna tra i vicoli del vecchio abitato e dalle case, addossate le une alle altre, non traspare alcun segno di vita: niente voci, niente luci, niente fumo dai camini.Siamo smarriti e ci chiediamo perché un pittoresco Paese di montagna, di antiche origini, incastonato in un territorio benedetto dalla natura, sia destinato a seguire la sorte di tanti altri Paesi d’Aspromonte già ridotti in macerie dalle offese del tempo e di uomini senza memoria e senza scrupoli.La risposta la troviamo presto nelle parole di un anziano signore che, al nostro vociare, apre l’uscio di casa e, con fare gentile ma deciso, ci invita a entrare per farci ammirare, dice, il panorama di cui si può godere dal balcone della sua più che decorosa abitazione.Osserviamo in silenzio le bianche e svettanti pareti di monte Mutolo, un tempo regno di Italo, il re pastore, le gole della fiumara, le vecchie concerie di Scorciapelle, i numerosi mulini ad acqua, la vallata del Novito che si perde nell’azzurro del mare tra Sidereo e Locri. Quanta ricchezza ha riservato la natura a questo angolo di terra e quanto abbandono e povertà ha saputo generare l’uomo!Sono poco più di cento, dice il nostro ospite, gli abitanti che mantengono ancora in vita il Paese, la gran parte sono andati via per cercare improbabile fortuna alla marina o nelle fabbriche del nord. Così ha voluto la politica, miope con il Sud e lungimirante con il Nord. Anche noi, prosegue, abbiamo le nostre colpe, perché abbiamo affidato ad altri il nostro destino e ci siamo affrettati ad abbandonare le nostre campagne, le nostre millenarie attività, la nostra cultura e le nostre tradizioni in cambio di falsi miti e  di un assistenzialismo che giorno dopo giorno ha minato le nostre coscienze e la capacità di essere artefici del nostro destino.Nessuno nasce più in questo Paese, i giovani sono già andati via e i pochi rimasti non hanno un futuro accettabile e quando, uno dopo l’altro, gli anziani concluderanno la loro vita anche per Canolo arriverà la fine.L’ora tarda ci impone di andare via e così promettiamo al nostro ospite che torneremo ancora per ascoltare le sue parole e i suoi racconti, ma prima di accomiatarci gli chiediamo della casa natale di Francesco Nicolai. La nostra richiesta lo sorprende: come fanno, questi sconosciuti, a sapere di Francesco Nicolai se nello stesso Paese pochi sanno della sua esistenza? Ci indica la via da percorrere e chiude lentamente l’uscio per ritornare nel suo mondo di ricordi.E’ poco più che un rudere quello che resta del palazzotto dove nacque Francesco Nicolai. Ci disponiamo a semicerchio e uno di noi ci parla del personaggio, vescovo e poeta, nato a Canolo nel 1687. Apprendiamo così che Nicolai, figlio di un mugnaio, si trasferisce presto a Gerace per compiere gli studi e successivamente si reca a Napoli e poi a Roma dove si distingue per la perfetta conoscenza della lingua latina. Il Pontefice lo nomina precettore di lettere latine nel seminario vaticano e, in seguito, va al servizio del cardinale Giulio Alberoni in Romagna e poi ancora a Roma dove presta la sua opera di uomo di cultura al servizio del cardinale Barberini per il quale cura le relazioni diplomatiche con la corte d’Austria. Membro dell’accademia romana Arcadia, a fianco di illustri letterati del tempo, torna a Gerace in tarda età, probabilmente già vescovo, e fonda una piccola Arcadia. Dopo la sua morte Nicola Angelio cura l’edizione di una selezione delle sue opere pubblicate a Napoli sotto il titolo: Francisci Nicolai Carmina. Le spoglie di Nicolai riposano, ignorate dai più, nella piccola chiesa di Monserrato, fuori Gerace. Si conclude così una indimenticabile escursione che aveva preso avvio nelle prime ore del mattino del 9 di novembre al Piano Mortelle, nei pressi del casello forestale “Barca”, sul Dossone della Melia. I faggi, al Piano Mortelle, emettono già bagliori d’oro e di ruggine e preannunciano l’inverno ma il cielo è azzurro e la temperatura mite. Ci incamminiamo, con la consueta allegria, lungo il sentiero che scende decisamente verso la valle del Novito. Il faggio, che non ama lo scirocco, lascia presto spazio alla macchia mediterranea che si distende, impenetrabile, lungo le scoscese pareti che delimitano il corso della fiumara che attraversiamo agevolmente prima di risalire verso i Piani di Crasto, delimitati da bianche formazioni di arenaria. Tra la fitta vegetazione si intravedono le vecchie “armacie”, i muri a secco che raccontato della fatica dell’uomo intento a strappare alla natura, spesso ostile, terre da coltivate, e i resti di innumerevoli case rurali. Tutt’intorno uno scenario di una bellezza primordiale: pareti di arenaria, monoliti che costellano l’orizzonte verso il mare, monte Mutolo con il suo caratteristico profilo che che gli ha guadagnato l’appellativo di “Dolomiti del Sud” e il sempreverde manto forestale che si estende fino al Dossone della Melia.Consumiamo la colazione al sacco prima di cominciare la discesa verso il mulino di Ponte della Pietra. Un anziano pastore ci osserva da lontano, è l’ultimo testimone di un mondo destinato a scomparire tra l’indifferenza generale.