ACQUA!

lilla_sturniolo5.jpgdi Lilla Sturniolo

Domenica, 25 Gennaio: l'escursione questa volta apre verso Gerace. Vengono a prendermi e si ripete la gioia della partenza. Saliamo verso la Limina ed un verde inatteso copre l'ampia vallata del Torbido; dopo le piogge, il rigagnolo dell'antico letto del fiume è quasi già una fiumara e dai fianchi lussureggianti delle montagne scorrono rivoli fosforescenti di piccole cascate il cui fruscìo è attutito dalla lontananza. Appena la strada piega in discesa, il mare Ionio brilla dinanzi a noi coi suoi colori quasi estivi e svoltiamo verso Gioiosa Jonica. A Moschetta il gruppo si ricompone; non siamo tantissimi, appena undici persone; con me c'è un'amica alla sua prima escursione e nel suo sguardo mi sembra di cogliere quello che vi era negli occhi di un'altra provetta escursionista al suo primo impatto. Sorrido in silenzio. Lasciamo le auto in una piazzuola del paesino e dopo il consueto cambio di scarpe finalmente si comincia.Il passo di ognuno è diverso, com'è diversamente disposto l'animo; ci sono i più ardimentosi e i riflessivi. Pioviggina appena e con le nubi che oscurano l'azzurro, di colpo le tonalità, da nitide e brillanti che erano, si fanno terrose, livide, veramente invernali. Nei punti più aperti della salita arrivano folate fredde ed improvvise di libeccio. Proviamo a coprirci e c'è chi è equipaggiatissimo: sfodera un bel completino giallo limone impermeabile.La pioggia è lieve, ma va infittendo. In lontananza c'è Bruzzano e noi incontriamo dei ruderi di mattoni cotti e poi dei casolari in rovina. Dentro quelle povere mura, che sembrano essere state abbandonate in fretta e furia, vi è la stessa desolazione della campagna. Alle pareti, foto sbiadite di una famiglia di contadini; i volti si distinguono appena, corrosi dal sole, dal vento, dall'incuria. Sono appese alla bell'e meglio; intorno, le stanze parlano di un'intimità domestica violata, le porte inesistenti o quasi. Dal pavimento emerge un bel volto giovane: la foto in bianco e nero di una ragazza in posa col suo orologino da signorina ed i capelli scuri ben pettinati. La osservo. Mi chiedo quale sarà stato mai il suo nome e se il suo destino sia cambiato andando via da quella solitudine inumana chissà verso quale mèta, chissà con quali sogni e speranze. Ora sarà diventata una signora matura, col senno e le noie del tempo; ma in quella foto e per noi lei è rimasta così, giovane ed innocente come il suo sorriso.Esco, la campagna mi chiama. Quasi tutti hanno un ombrello, ora la pioggia è continua e dopo qualche breve intermittenza pare voglia riprendersi il tempo perduto e cade ancora più ostinata. Tutto il cielo è coperto, nero di nubi nere, ma in quell'oscurità vedo splendere delle rocce bianche incrostate di muschio. Mi arrampico ed il vento infuria, la pioggia mi scaraventa sul viso una raffica di aghi acuminati. Ma, da lassù, l'incanto della gola solcata in mobili anse dal fiume, le distese verdi di conifere e di querce, le onde possenti delle folate che squassano le cime. L'immenso mi divora coi suoi spazi d'aria e di vuoto.Poco più avanti, una specie di cascina, c'è gente. Due ragazzi, un uomo, una signora anziana contenta come una bambina quando ci vede. Due cani di piccola taglia ci fanno le feste; anche loro sono cordiali. La località è Iànchina: un deserto, intorno al minuscolo abitato, e neppure una donna giovane. Forse c'era, ci dev'essere stata, quei ragazzi sono evidentemente i suoi figli; forse è andata via o è scomparsa. E' rimasta quella anziana, con l'uomo giovane e già così vecchio da sembrare suo marito più che suo figlio. La vecchina ci accompagna. E' molto arzilla e con molto orgoglio afferma di avere 82 anni; mentre lo dice, i suoi piccoli occhi scuri scintillano di pena. Si sente troppo sola, troppo provata; ed in quello squallore dobbiamo lasciarla, ma dentro qualcosa mi fa male.Dall'altra parte, lontana in linea d'aria, c'è Gerace, come una cartolina, circonfusa dal nembo etereo di un arcobaleno. Proseguendo ancora, da un'altura marrone svettano impertinenti i Tre Pizzi, intorno ad Antonimina. E intanto piove da matti, al punto che il capo decide di sospendere tutto. La terra è così intrisa d'acqua che nei lunghi tratti finali affondiamo in un fango chiaro da cui cerchiamo scampo mettendo i piedi sulle piantine basse del terreno. Ma tutto è ormai acqua dentro, intorno, fuori di noi: il cielo, la terra, la vegetazione, persino i sassi che affiorano a stento dal torrente che attraversiamo accanto ad un piccolo, docile gregge di pecore. Ad ogni passo, sprofondo nel fango; i jeans sono come ingessati nella massa farinosa e le mie scarpette da ginnastica sono solo due pezzi informi di fanghiglia, mi scivolano dai piedi e rischio più volte di perderle mentre cammino. E rido. Rido perchè , comunque, tutto è così bello ed assurdo: la mia amica ed io che scivoliamo, il cielo che è un lago, il vento freddo. Così abbraccio l'infinito e sorrido. A che valeva starsene buoni e fermi davanti ad un camino, e non sentire com'è forte e viva la terra?

Ad Azzurrìa pranziamo sotto un tetto di fortuna, ma io non sono lì. Mentre rientriamo col sottofondo di velluto delle note dei Genesis, di nuovo lo Ionio ci saluta col suo verde acciaio e le spumose creste bianche. Oggi l'inverno ci ha donato il suo argento ed il cielo la sua piena abbondante: è un tesoro che la mia anima custodisce, festosa e libera come l'aria che ho respirato sui monti.