Tra cielo e mare, verso Trinacria

lilla6.jpgTra cielo e mare, verso Trinacria

Partire a Marzo è sempre una specie di sfida e di scommessa, eppure eccoci lì lo stesso, all'imbarco mattutino  delle navi traghetto pronti a salpare verso la Sicilia. Ah, la mia terra!

Finalmente la rivedrò, calda di sole e di colori, come la ricordo da sempre. E ad ogni moto di onda, ad ogni squarcio spumoso della prua, lei è più vicina, un po' più raggiungibile. Abbiamo tutti la faccia un po' stanca del primo mattino, i capelli inevitabilmente arruffati e quell'aria vagamente brilla che hanno tutti gli assonnati che non vogliono darlo a vedere. Siamo 16 in tutto, ma a Messina ci uniremo agli amici del CAI.
Al luogo stabilito per l'incontro, troviamo ad attenderci una bella carovana di gente: adesso siamo 63, insieme ai siculi. Velocemente i rispettivi capi delle due comitive, il calabrese inossidabile ed il siciliano immarcescibile, decidono sul da farsi. Risaliamo sulle macchine e dopo un paio di tornanti arriviamo al Parco biologico di Camaro; una delle due guide siciliane ci illustra il progetto con una dovizia di particolari davvero notevole. Apprendiamo così che questo Centro è in allestimento e che il bosco di Camaro ha alle sue spalle una storia plurisecolare di escursioni, di vicende anche drammatiche e di voglia di ricostruire, nonostante gli accidenti della storia ( invasione spagnola) e quelli della natura ( terremoti e maremoti). Poco prima l'altra guida ci aveva fornito alcune informazioni sul tragitto: 200 metri quasi in piano, altri 200 in salita. Dopo le terrazze del Centro di Camaro, che verranno popolate di alberi e piantine officinali con tanto di "percorso dell'olfatto", ci avviamo lungo la direzione di quella terra nera che una delle guide siciliane ci ha detto essere propria solo di quella zona e di altre rarissime del Mediterraneo, tra il Maghreb e la Spagna. E qui non solo la terra, ma tutto è diverso dall'Aspromonte. E' come se quel pezzetto di Appennino sprofondato e poi affiorato dalle acque dello Stretto avesse mantenuto una sua vivezza brillante e morbida, dalle linee sinuose dei monti agli occhi blu e viola dei crochi che a centinaia punteggiano il terreno rivolti verso un cielo sfuggente, coperto da cirri densi ed allungati. Qui tutto ha il colore della Pasqua e del confetto, di una festa di primavera intensa e dolce, tutta nei toni del rosa, dell'indaco e del primo verde.
Le prime fasi dell'escursione ci portano gradualmente da un discreto viale di eucalipti dal percorso agevole fino alle prime alture peloritane. In mezzo alle nubi, scorgiamo in lontananza il braccio di mare e le case, i tetti della greca Messena, la Messana latina, la Messina di oggi, anche se gli antichi marinai preferirono intitolarla Zancle, falce, dalla caratteristica forma del suo porto. La foschia e le nubi addensate non consentono una visuale limpida, ma in mezzo agli intervalli nuvolosi riusciamo lo stesso ad intravedere la bianca punta di Ganzirri da questa parte , ed i contrafforti poderosi di Scilla, Bagnara e  del S.Elia dall'altra, sul versante calabrese dello Stretto.
Per arrivare fin lì ci siamo fatti strada attraverso parecchi tronchi riversi sul terreno, travolti dalla catastrofica furia delle piogge che hanno franato il terreno e devastato i sentieri, ricoprendoli di detriti di ogni genere. L'ultimo tratto è una salita vertiginosa, impietosa; sudiamo ed il vento è gelido, anche quando attraversa la corteccia spugnosa degli alberi di sughero dalle venature azzurrine, verdastre, bellissime. In cima le nubi infittiscono fino a coprire completamente, per alcuni attimi, tutto il paesaggio sottostante. Quando però la stretta morsa della nebbia si assottiglia di colpo, i monti ed il mare appaiono in tutto il loro splendore, in un'alternanza chiara di colline dalle cime piatte scandite da un fitto ricamo di terrazze e di graffiti ordinati e geometrici, simili agli antichi disegni Inca.
Una delle selle attraverso le quali ci siamo avventurati mi era stata mostrata sulla cartina da una delle nostre guide; cerco di capirci qualcosa, ma temo che la mia "esperienza" di escursionista sia ancora una bella favola, che oggi si chiude, dopo i doverosi saluti agli amici del CAI di Messina, con la visita al Santuario di Dinnamare, dove la veduta aerea è tale da mozzare il fiato. La piccola, marmorea pala d'altare con la Madonna si scorge appena nel fitto buio della chiesa, ma quando gli occhi si abituano alla semioscurità, la Vergine col Bambino appare come un tenero traguardo del cuore.
Gli irriducibili trovano da scalare anche lì. A volte penso che questo desiderio di altezze altro non sia che nobile volontà di elevazione e di riscatto dalla condizione umana, e credo di cominciare a comprendere un po' di più quel gesto del mettere un passo dietro l'altro, con fatica, per arrivare a poter guardare infine dall'alto ogni cosa, con la libertà ed il distacco che le si deve da noi stessi. C'è l'umile fierezza, in questo, della più vera umanità. Così mi accade di provare una gratitudine tutta interiore per quello che l'escursionismo mi sta dando: un ritorno, ogni volta, alle vitali radici della gioia e della bellezza pura dell'essere