Vento d'Oriente
sandro_casile3.jpg 

di Sandro Casile

Arriviamo di buon'ora, ad accoglierci non c'è il corpo di guardia e le strette viuzze e la piazza d'armi non sono animate dallo scalpitio dei cavalli. Nei palazzi nobiliari non si aggirano i rampolli degli Aragona, degli Stayti e dei Carafa e nelle più modeste abitazioni nessuno aspetta il capo famiglia che, all'imbrunire, "vertula" in spalla, rientra dalla sottostante fertile campagna.

Non si avverte più la musicalità delle preghiere dei monaci basiliani, sospinti in questo luogo dal vento iconoclasta d’oriente, nè il profumo magico dell’incenso. Negli asceteri, umide grotte scavate nel tufo, sono ormai pochi i resti policromi degli affreschi sacri. L’antica Brancaleone vive da tempo in austera solitudine sfidando il trascorrere del tempo e le intemperie..E’ il 29 marzo e siamo in 20, più numerosi degli ultimi abitanti che, negli anni cinquanta, accarezzarono per l’ultima volta le loro case prima di trasferirsi al mare inseguendo speranze, sogni e illusioni.Ci aggiriamo silenziosi tra i resti del borgo e ripercorriamo le tappe della sua storia seguendo il racconto di una di noi. Soffia il vento di sud-est, il temuto scirocco, che porta con se le polveri del deserto e il sordo rumore delle onde dello Jonio. Una decina di cicogne si attardano a volteggiare sopra le nostre teste disegnando indecifrabili linee nella grigia patera del cielo fino a quando, ricevuto il segnale, si allineano per dirigersi a nord. Ne traiamo buoni auspici e riprendiamo il cammino lungo il sentiero, punteggiato dalla fioritura spontanea di primavera, che ci conduce alla basilica di Santa Maria dei Tridetti. Il sentiero, oggi percorso prevalentemente dai bovini in cerca di erba da masticare, è lo stesso che praticarono, ben prima dell’anno 1000, le popolazioni di quelle contrade rese fertili dalle tecniche innovative introdotte dai monaci d’oriente.  L’ultimo tratto, ripido e con fondo incoerente, a causa dello stato di abbandono, crea non pochi problemi di equilibrio ad uno di noi che, efficacemente aiutato da alcuni e sfotticchiato dagli altri, arriva felicemente al luogo prescelto per la sosta, nei pressi della basilica di S. Maria dei Tridetti, oggetto, negli ultimi anni, di un discutibile restauro.Consumiamo la colazione, una di noi legge la scheda che ci parla del monumento e della sua sorprendente struttura architettonica, mirabile sintesi della cultura bizantina e normanna, che non trova riscontro nell’intera regione. Apprendiamo particolari, anche, piccanti, sulla vita dei monaci che di quella basilica e del vicino convento, di cui non rimangono tracce, fecero un centro di preghiera e di opere che hanno influenzato la vita sociale e culturale del tempo.Godiamo, per qualche minuto ancora, dello splendido isolamento in cui ci troviamo, percepiamo l’atmosfera misteriosa e sacra che avvolge il luogo, poi riprendiamo il cammino.Ci dirigiamo verso le alture che si affacciano su Bruzzano Zefirio e la fiumara di Bruzzano oltre la quale, avvolta nella foschia, si intravede Rocca Armena, la nostra meta.Discendiamo i verdi declivi, adibiti a pascolo, decifrando, passo dopo passo, il percorso più agevole per guadagnare, senza fatica, la fiumara nei cui pressi, in un agrumeto apparentemente abbandonato, alcuni di noi assaporano succulenti mandarini.Il terreno non ha ancora smaltito le piogge degli ultimi mesi e così la fiumara di Bruzzano, che di norma in questo periodo è poco più che un rigagnolo, scende impetuosamente. La attraversiamo avventurosamente, ciascuno con metodo del tutto personale, ma tutti o quasi siamo costretti ad una breve sosta per alleggerire le scarpe invase dall’acqua. Siamo euforici, non avvertiamo quasi la fatica, e c’è perfino chi ha la forza di saltellare, braccia al cielo, tra le alte fioriture che invadono un campo non più coltivato. Una scala a gradoni, scavata nel tufo, ci conduce al castello, edificato sulla Rocca Armena tra il finire del X e gli inizi del XI secolo. Ci aggiriamo tra le strutture difensive, le dimore nobiliari, con annessa cappella, e i ruderi delle abitazioni e anche qui c’è chi racconta, con dovizia di particolari, la storia di questa singolare formazione di arenaria che fu feudo del Marchese di Busca, dei Marchesi Ruffo, degli Aragona de Ajerbe, dei Carafa di Roccella e anche quartier generale dei Saraceni.Concludiamo l’escursione presso l’arco trionfale dei Carafa, posto al confine orientale dei ruderi di Bruzzano Vecchio, sotto la Rocca Armena. L’arco, impreziosito da affreschi raffiguranti elementi floreali e stemmi nobiliari, denunzia un forte degrado degli intonaci e della struttura muraria ed è destinato, in assenza di interventi conservativi, a divenire rudere tra i ruderi.Prima di riprendere la via del ritorno ci accomodiamo sulle gradinate di un piccolo anfiteatro, vogliamo godere appieno della sensazione di benessere interiore che ci pervade. Confrontiamo le esperienze individuali e una riflessione ci accomuna: è mai possibile che in un giorno festivo, nell’arco dell’intera giornata, in un territorio vasto e ricco di emergenze storiche e culturali, non si incontri, lungo la strada, anima viva? E’ possibile! Accade qui quello che accade a Precacore e a Roghudi, a Mamerto e a Bianco antica, ad Africo e Casalnuovo, a Canolo, a Potàmia, a Taureana e in tutti gli innumerevoli luoghi dove è stata scritta la storia di questa terra. Sono pochi, troppo pochi, quelli che conoscono la propria terra e coltivano le proprie radici.In tempi di crisi economica, sociale e, sopratutto, morale, popoli e governanti si ritrovano e si riconoscono nei valori condivisi della loro storia e delle più alte tradizioni, da quelli ripartono per costruire il futuro. E’ di tutta evidenza che noi calabresi riteniamo di potere fare a meno della nostra e storia e del nostro futuro.